
Quando i manga erotici cominciarono a diffondersi nelle edicole del nostro paese avevo circa sedici anni. In passato mi era capitato di leggere qualche fumetto erotico occidentale, ma l'esperienza, devo confessarlo, non era stata delle più gratificanti: pornografia esplicita, dettagli raccapriccianti e racconti discretamente disgustosi, oltre che ripetitivi e monotoni, mi fecero giungere alla conclusione che, fatte le dovute eccezioni per quel che concerne rare opere di un certo spessore, la maggior parte della produzione occidentale tendesse su questo versante. Vista l'esperienza essenzialmente negativa non ebbi mai la curiosità di stabilire se le cose stessero effettivamente così o se magari non fossi stato io ad essere particolarmente sfortunato in termini di scelte. Una sera però ebbi modo di vedere in TV un servizio dedicato alla moda dilagante dei manga erotici e decisi quindi di fare ancora un tentativo. D'altronde l'idea di poter vedere quelle ragazze dalle fattezze dolci e surreali, che per tanti anni avevano popolato le mie fantasie infantili, finalmente in atteggiamenti esplicitamente "hot" era un pensiero davvero troppo allettante perché potessi accantonarlo con tanta facilità. La mattina seguente, prima di andare a scuola, mi fermai davanti a un'edicola nelle immediate vicinanze del mio liceo. Mi guardai intorno con circospezione e finalmente decisi di avvicinarmi alla sezione per adulti. Subito mi cadde l'occhio sul volto di una giovane infermiera dagli occhi languidi e dal seno prorompente. Feci così la mia scelta. Afferrai il volumetto in fretta e furia e acquistai il primo numero de
La clinica dell'amore. Nei mesi che seguirono feci una vera e propria scorpacciata di manga erotici, dal momento che le produzioni sembravano essere in continua espansione. Questo mi diede modo nel bene e nel male di scoprire, o forse sarebbe meglio dire di mettere a fuoco, alcuni aspetti dell'erotismo per me completamente nuovi, talvolta intriganti ed eccitanti, talvolta oscuri e lievemente traumatici. In ogni caso ritengo sia stata un'esperienza in grado di arricchire la mia consapevolezza sessuale, nonché le mie perversioni ancora latenti.

All'epoca la migliore rivista specializzata nel settore era senza alcun dubbio
Lemon, che ogni mese presentava cinque o sei differenti storie legate al meglio della produzione erotica orientale a fumetti. Fu grazie a quella rivista che mi resi conto di quanto l'erotismo giapponese sapesse essere realmente intriso di forti emozioni e solo raramente fine a sè stesso. Lemon mi fece conoscere
Una gatta da sogno, opera di tale Ebi Fry (evidentemente uno pseudonimo) che narrava le vicende di un essere per metà donna e per metà gatto. Storie brevi ed autoconclusive che si muovevano con disinvoltura nell'ambito di differenti registri emotivi: c'erano i momenti ironici e spensierati, come anche quelli malinconici e drammatici. Il tutto condito da un erotismo dolce e avvolgente. Quello stesso erotismo che, sebbene in misura meno esplicita, avrei ritrovato circa un anno dopo nella prima opera di Masakazu Katsura pubblicata in Italia,
Video Girl Ai. In sostanza fu amore a prima lettura. Di contro Lemon pubblicò anche
AV Angel di Yoshimasa Watanabe, uno dei più celebri autori di manga per adulti del Sol Levante. AV Angel era caratterizzato da un tratto particolarmente soffice, al punto di rendere i corpi femminili tanto più attraenti quanto più in evidente contrasto con quella sottile violenza che invece scaturiva dalle singole storie narrate. Tutti i personaggi femminili finivano per ricoprire l'ingrato ruolo di vittima "innocente" della perversione maschile. Il sesso era sempre vissuto da un lato (quello maschile) come forma di continua prevaricazione fisica e psicologica, consumata preferibilmente in contesti quotidiani e rispettabili, dall'altro (quello femminile) come una sorta di consapevole rassegnazione al proprio ruolo di oggetto sessuale. Questa visione della sessualità peraltro ricorre di frequente nell'immaginario erotico orientale, diciamo pure nella maggior parte dei casi, probabilmente in qualità di riflesso liberatorio alle costrizioni sociali entro le quali il giapponese medio si trova costretto nell'ambito della quotidianità. Parallelamente una nota casa editrice italiana, la
Play Press, si accingeva alla pubblicazione di un'opera dalle sfumature horror dal titolo
Beast, altrimenti conosciuto come
Urotsukidoji di Toshio Maeda. Un racconto sconvolgente, a tratti anche disgustoso, capace di alternare momenti di violenza perversa a momenti di malinconica dolcezza. Fu anche uno dei primi manga erotici (sebbene mi renda conto del fatto che definirlo semplicemente in questo modo possa apparire alquanto riduttivo) pubblicati in Italia a non contenere storielle autoconclusive, ma a seguire una trama discretamente elaborata. In un primo momento Urotsukidoji non mi convinse molto a causa di un tratto decisamente realistico e fuori dai soliti canoni nipponici, ma col tempo rimasi affascinato dalle atmosfere crude, sporche e totalmente prive di qualsiasi forma di ipocrisia perbenista che quel fumetto era in grado di dipingere.

In quegli anni la Play Pess puntò molto sulla pubblicazione di manga erotici di un certo livello (ricordo tra gli altri
My My My,
Gotaman e
Cream Lemon, uno dei primi a trattare argomenti più controversi come l'incesto o la pedofilia, sebbene in misura piuttosto marginale), ma sfortunatamente fu solo una breve parentesi. Ben presto quasi tutte le testate del settore furono costrette a chiudere i battenti in seguito a un progressivo e inesorabile calo delle vendite. Fu la classica moda passeggera diciamo. Fin dagli albori del fenomeno nella mentalità dell'italiano medio il manga erotico venne relegato al ruolo di giornaletto per maniaci depravati dalla sessualità deviata (e probabilmente non fu un caso che io ne divenni fruitore). A tale declino contribuirono sicuramente le pubblicazioni illegali che all'epoca (come anche oggi) pullulavano nelle edicole di tutto il paese (sul genere
Erotic Japan, tanto per fare un esempio). Fantomatiche case editrici (talvolta pressochè inesistenti) cominciarono a distribuire, senza ovviamente preoccuparsi di pagare i relativi diritti, opere scadenti con tanto di testi riscritti in chiave pornografica e organi genitali ridisegnati per l'occasione in perfetto stile occidentale, per la gioia di tutti gli smanettoni incalliti. Il fenomeno divenne di proporzioni tali da riuscire in breve a far collassare il mercato ufficiale, che invano si prodigava nell'infruttuoso tentativo di proporre opere di un certo spessore. L'unico fumetto che riuscì ad avere un discreto seguito fu
La clinica dell'amore, un manga demenziale di chiara impronta fetish che in un arco di tempo relativamente breve diede alle stampe due intere serie (a dimostrazione dunque del successo riscosso). Ma rimase purtroppo un caso isolato. Molti anni dopo la
Star Comics tentò di ripercorrere timidamente le orme della Play Press, senza però ottenere grandi riscontri in termini di vendite. Vano anche il tentativo della
Kabuki Publishing di far conoscere in Italia il bellissimo
Angel di U-Jin, di cui fortunatamente conservo un'edizione originale da collezione. Credo in ogni caso che il manga erotico in Italia abbia rappresentato una sorta di trampolino di lancio per quel che concerne la diffusione del fumetto giapponese in generale, sebbene in un primo momento alcune delle più importanti case editrici del settore, Star Comics in primis, si affannassero continuamente a sostenere la loro più assoluta estraneità al genere in questione. Eppure io che fin dall'inizio l'ho vissuta in prima persona sono convinto che questa prima intensa ondata, seppur breve, sia riuscita in qualche modo a creare una sorta di varco che ha consentito l'ingresso nel nostro paese di numerosi autori d'altri generi le cui opere diversamente non avrebbero visto la luce per moltissimi anni ancora.
Scritto da
Deeproad