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31 luglio 2009

Saiyuki

In un epoca in cui il caos regnava nel mondo, esisteva una terra in cui si era creata una coesistenza pacifica tra uomini e demoni, la culla di ogni civiltà e fede: il Tōgenkyō.
Questa stabilità, tuttavia, si è improvvisamente interrotta: gli esperimenti proibiti per la resurrezione del grande yōkai1 Gyūmaō, che era stato sigillato con le fiamme 500 anni prima, hanno creato delle onde negative, un incidente che ha fatto sì che gli yōkai di tutta la zona perdessero la loro coscienza.
Quattro giovani uomini vengono scelti dagli Dei per viaggiare verso Ovest, scoprire l'origine di questo disastro e fermare gli esperimenti per far rivivere Gyūmaō, per la Salvezza e per la Pace nel mondo.

(...delle quali se ne infischiano altamente...)
wantedGenjyō Sanzō: trovato in un fiume da Kōmyō Sanzō, viene cresciuto dal monaco fino al giorno della morte dello stesso, causata dai demoni durante un attacco al tempio. L'allora giovane Kōryū gli succede nel ruolo di Sanzō Hoshi. Arrogante, sboccato, permaloso, fumatore incallito, segue solo la sua strada e le sue idee. La carica buddista più alta, per un uomo che è l'antitesi del monaco.
Son Gokū: un essere eretico nato dalla Terra stessa che in un tempo molto lontano portò scompiglio nel regno degli Dei, venendo rinchiuso per 500 anni su una montagna senza bere nè mangiare nè invecchiare. Non ricorda nulla di quegli avvenimenti, è Sanzō a trovarlo e portarlo con sè.
Sha Gojyō: nato da una relazione extraconiugale di suo padre, un demone, con un'umana e cresciuto ma odiato dalla moglie di suo padre, ha nei suoi occhi e capelli rossi la testimonianza delle sue origini. Fuma come una ciminiera, gioca d'azzardo ed è un gran donnaiolo.
Cho Hakkai: divenuto un demone dopo averne uccisi mille per cercare di salvare la sua amata (senza riuscirci), è la componente "posata" del gruppo. Gentile, educato (chiede scusa ai demoni prima di polverizzarli..) e premuroso, si occupa dei compagni in svariati modi: prepara da mangiare, pulisce, placa i loro litigi...

Sono questi i quattro anti-eroi protagonisti di Saiyuki (=viaggio verso ovest), un manga di Kazuya Minekura: un bonzo armato di revolver con proiettili anti-demone, un demone scimmia con un dispositivo che sigilla gli spaventosi poteri della sua vera forma, il Seiten Taisei ("Grande Saggio Pari del Cielo"), un mezzo sangue sempre pronto a menare le mani, un massacratore di demoni dal sorriso gentile, anch'esso con poteri sigillati (ma di sua spontanea volontà).
Questi ceffi incontrano durante il loro viaggio frotte di nemici: umani, yōkai, addiritturà divinità.
Ci sono tutti gli ingredienti necessari per un pirotecnico manga d'azione, con combattimenti che si susseguono uno dietro l'altro... e invece no. O meglio, anche.
Saiyuki è molto di più. Anzi, direi che è proprio qualcos'altro. Perchè Saiyuki è uno shōnen manga2 che contiene tutto quello che ho citato sopra, con la particolarità che tutto ciò è contorno. Quanto dettovi finora sui personaggi è apparenza, è primo impatto, è superficie. I veri protagonisti sono questi:

PaccatiSanzō
"Quello fu il suo ultimo sorriso, quelle le sue ultime parole infine il suo ultimo desiderio. Kōmyō Sanzō: il mio maestro, mio padre, l'unico Sanzō Hoshi che io abbia mai riconosciuto come tale. Sanzō... l'aver preso lo stesso nome di quella persona è un continuo rimprovero alla mia debolezza"
"Non morirò mai per salvare qualcun altro, perchè conosco la sofferenza di chi rimane in vita. Vivere per me stesso. Morire per me stesso. Questo è il mio orgoglio."


Gokū
"Mentre ero rinchiuso nella prigione della montagna vedevo solo il cielo; stavo a guardarlo, anno dopo anno... Chi mi tese la sua mano per aiutarmi fu proprio quella luce dorata... la luce del sole che avevo sempre ammirato per tutto quel tempo..."

Gojyō
"Non sopporto vedere le donne che piangono. Mi ricordano mia madre, che piangeva ogni volta che mi guardava."

Hakkai
"Vivere col rimorso di non essere riuscito a salvare la persona che ami... anche se mi ha sorriso io non sono mai riuscito a perdonare me stesso"

Persone in balia delle loro sofferenze passate, persone le cui tristi esperienze hanno scavato e continuano a scavare voragini nei loro animi, persone schiacciate dal dolore, persone divorate dai sensi di colpa o dalla solitudine. Un gruppo in cui le cicatrici del passato sono il filo che ora li lega.

Ecco quindi che i combattimenti, i nemici, diventano una cornice. Il fulcro di quest'opera sono i protagonisti. Sembra un'affermazione banale, una cosa normale, ma non lo è affatto nell'ambito degli shōnen manga: generalmente in questo tipo di manga il fulcro è rappresentato sì dai protagonisti, ma all'interno degli scontri che via via si succedono; il fulcro sono gli scontri stessi, e il comportamento del protagonista all'interno di essi.
Così ci ricordiamo di Naruto contro Neji3 e dei loro grandi discorsi sulla libertà tra un jutsu4 e l'altro, di Ichigo contro Byakuya5 e delle tante parole sul seguire le regole o meno tra uno Shunpo ed un Bankai6, e di Sanzō contro... ci ricordiamo di Sanzō e basta. Di Sanzō e del suo modo di pensare, di vivere.
Perchè? Beh, è un fatto di impostazione.
I manga d'azione (dove azione = combattimento o comunque sfida di qualche genere) hanno un'impostazione alla "sconfitto l'avversario ne arriva uno più forte" e affiancano a questo la crescita di abilità del protagonista: il protagonista diventa più forte. In Saiyuki invece l'arrivo di un nuovo avversario (spesso anche lui afflitto da gravi mali interiori) tende a mettere alla prova la psiche dei protagonisti più che le abilità fisiche, solitamente c'è un amplificarsi delle loro sofferenze o l'affioramento di ulteriori fantasmi del passato, e sono questi i veri avversari.
Lo scontro è accompagnato da un'analisi da parte del protagonista di se stesso, e al posto della crescita fisica e tecnica si ha la comprensione dello stesso protagonista di una parte di sè o il superamento di un blocco emotivo. Il protagonista non esce più forte dallo scontro, ne esce fortificato.
Gli avversari principali di Sanzō, Hakkai, Gojyō e Gokū sono loro stessi, è per questo che in mente ci restano le loro afflizioni più che i loro combattimenti.
Conseguenza di tutto ciò è che non mi vengono in mente scontri specifici pensando a Saiyuki, mi viene invece subito in mente che Sanzō è di pessimo umore nei giorni di pioggia, mi viene in mente l'attaccamento viscerale di Gokū per Sanzō, mi viene in mente che per Gojyō i suoi occhi e capelli sono del colore del sangue...

Saiyuki ha avuto ed ha tutt'ora un successo enorme, che però può far sorgere una domanda: come fa una mangaka donna ad attirare coi suoi shōnen manga il pubblico maschile? Alla comunque presente componente di azione, infatti, spesso si aggiunge una forte introspezione dei personaggi e una grande attenzione ai sentimenti, anche se raramente sono d'amore tout court: spesso infatti è l'amicizia o l'affetto parentale a farla da padrone (nonostante Saiyuki sembri a volte spingersi verso lo shōnen ai7)... Si arriva poi a livelli di emozione (in certi casi paranoia) dove il dolore scava dentro ai personaggi delle voragini che lo spettatore/lettore, se ha il coraggio di farsi coinvolgere, sente sue. Anche solo uno sguardo dal basso che Gokū rivolge a Sanzō è capace di far perdere un paio di battiti cardiaci.
Ma allora, di nuovo: perchè si parla di shōnen? Perchè piace ai maschi?
La risposta va cercata nel fatto che, appunto, le componenti tipiche degli shōnen manga sono presenti: iI personaggi sono dei gran fighi, sono fortissimi, durante gli scontri sono arroganti, guardano i nemici sempre e comunque dall'alto in basso, usano tecniche spettacolari, dalla manipolazione del ki8 a formule magiche con i Sutra9, i loro nemici sono Kōgaiji, un principe demone che evoca le fiamme degli inferi, oppure Homura, il dio della guerra armato di una lunga spada infuocata. Cose da Shōnen duro e puro, figaggini cazzutissime! Con il risultato che Saiyuki si può guardare anche solo così. Nella mia esperienza personale ho incontrato gente che mi ha detto di ricordare ogni singolo combattimento, persone che interpellate su Saiyuki mi hanno detto "il fatto che i nemici si riducano in polvere è proprio brutto, i combattimenti sono fatti male".
Ripeto, Saiyuki si può guardare anche così, ma se ne perde la vera essenza. Quasi preferisco quando mi è stato detto "Saiyuki mi fa schifo, i personaggi sembrano continuamente in procinto di limonarsi": almeno ti sei accorto, anche se nel modo sbagliato, che in Saiyuki c'è qualcosa di diverso.

La prova di quanto da me asserito sta nel fatto che nelle 3 serie animate (2 nel manga) non si arriva alla conclusione del viaggio: la trama, piuttosto che seguire il filone principale (andare a ovest per fermare i cattivoni), progredisce attorno ai personaggi (ai protagonisti ma anche agli antagonisti), attorno alla loro evoluzione.

"La pioggia che incessante continua a cadere laverà via ogni cosa...
Odio, tristezza, rimorso e persino le colpe.
Il rosso non è più il colore del sangue ma quello del sole che sorge,
un sole che solo i vivi potranno vedere
e che li condurrà verso una nuova speranza per il domani"




Intanto questo. Per sconfiggere Gyūmaō c'è sempre tempo.


CENNI SUL ROMANZO

L'opera è ovviamente basata sull'ormai super inflazionato XīyóuJì (Viaggio in Occidente), uno dei quattro grandi classici della letteratura cinese, la scrittura del quale è attribuita a Wu Cheng'en.
In Italia abbiamo visto altri titoli d'animazione che attingono a questo romanzo, ma mentre solitamente ci troviamo di fronte a riferimenti più o meno velati (Dragon Ball) o a pesanti rielaborazioni (Starzinger), Saiyuki è un adattamento in vari punti più "fedele":
- il leader della "ciurma" è effettivamente un bonzo, come il Tripitaka del romanzo;
- i Sutra sono parte fondamentale sia nell'uno che nell'altro (anche se nel romanzo sono l'obiettivo del viaggio, mentre nel manga sono fondamentali per il risveglio del cattivone Gyūmaō, l'impedimento del quale è l'obiettivo del viaggio);
- il "mezzo di trasporto" del gruppo è un drago in entrambi i casi (nel manga si trasforma in Jeep e trasporta tutti, nel romanzo solo il bonzo viaggia in groppa al drago);
- Cho Hakkai e Sha Gojyō nel romanzo sono demoni reincarnati sulla terra per delle colpe che hanno commesso in passato nel regno degli Dei (ossia erano in precedenza delle divinità). Anche nel manga spesso assistiamo a flashback di 500 anni prima, quando i 4 protagonisti abitavano il regno celeste. Al momento non ricordano assolutamente niente di tutto ciò, ma è sicuramente una delle spiegazioni al loro forte legame (esiste anche uno spin-off della serie, Saiyuki Gaiden, non pubblicato in Italia, in cui si narrano i fatti avvenuti in quel tempo);
- molti dei nemici incontrati nel manga sono gli stessi del romanzo, dai gemelli Ginkaku e Kinkaku a Kōgaiji (il figlio di Gyūmaō), a Gyūmaō stesso;
- Kanzeon Bosatsu è la divinità committente del viaggio e segue il gruppo nel loro perigrinare in entrambe le versioni.

Queste similitudini sono solo quelle che io ho scovato leggendo una parte del romanzo, sicuramente ce ne sono molte molte altre.


SAIYUKI IN ITALIA


I diritti di Saiyuki sono stati acquistati in Italia dalla Dynit, la quale ha finora pubblicato la prima serie animata (Gensōmaden Saiyūki) e 2 serie a fumetti (Saiyuki e Saiyuki Reload). Trovate tutto sul loro sito.
L'eccezione è il film d'animazione Saiyuki Requiem, che è distribuito in Italia dall'editore francese Kaze (che in Italia pubblica un sacco di cose ma non ha un sito italiano -_-').
Insomma, in Italia manca un pacco di roba (più di metà della produzione cartacea e d'animazione).




NOTE

1 Yōkai: vedi Dizionario su questo blog alla voce "bakemono".
2 Shōnen manga (shōnen = 少年 = ragazzo): sono una categoria di manga ed anime indirizzati a un pubblico maschile, generalmente dall'età scolare alla maggiore età. Gli shōnen si focalizzano principalmente sull'azione e sulle battaglie, dando grande importanza alla forza dei personaggi.
3 Naruto, Neji: personaggi del manga Naruto.
4 Jutsu (術 = tecnica, metodo, incantesimo, abilità o trucco): in Naruto sono le tecniche utilizzate dai ninja.
5 Ichigo, Byakuya: personaggi del manga Bleach.
6 Shunpo, Bankai: tecniche utilizzate in Bleach. Lo Shunpo è una tecnica che permette di spostarsi a velocità elevatissima, il Bankai è il massimo sprigionamento della potenza di una Zanpakuto, le armi, solitamente spade, in possesso degli shinigami (Dei della morte) che non sono semplici oggetti ma esseri viventi.
7 Sh
ōnen Ai (少年愛 = ragazzo + amore): è un genere di anime e manga che include una relazione affettiva omosessuale tra adolescenti o giovani ragazzi, tipicamente molto belli e che rispondono a stereotipi ben definiti (es: quello con gli occhiali, il ragazzino, il bel tenebroso ecc.)
8 Ki (in cinese Qi): è il nome dato all'energia "interna" di ogni essere vivente.
9 Sutra: testi fondamentali dei Canoni buddisti. In Saiyuki, uno dei Sutra é quella sorta di pergamena che Sanzō porta sulle spalle.

3 aprile 2008

Paradise Kiss

ANIME
La vicenda è ambientata nel mondo della moda, un po’ come Gonkinjo Monogatari (“Curiosando tra i cortili del cuore”, solite traduzioni italiane), da cui l’autrice riprende alcuni personaggi. L’anime è tratto dall’omonimo manga di Ai Yazawa. Le puntate, per la precisione stage, sono insolitamente 12 e non risulta nessun OAV. Consigliato a quel pubblico che sta attraversando il drammatico passaggio verso l’età adulta.

TRAMA
La vita di una ragazza diciottenne viene stravolta nel momento in cui conosce un gruppetto di ragazzi creativi, che sa cosa vuole e che insegue i propri sogni. Per Yukari sarà il momento di fare i conti, per la prima volta, con l’amicizia, l’amore e le ambizioni, di cambiare la propria vita e scegliere il futuro che desidera maggiormente, senza dover sottostare alle ambizioni altrui.

PERSONAGGI
Yukari Hayase non può che essere la protagonista della serie. Ragazza dotata di carattere, che però diventa fragile quando si tratta dei suoi affetti. Studia moltissimo per accontentare la madre, che è sempre insoddisfatta dell’operato della figlia perché dovrebbe sempre primeggiare rispetto a chiunque. E' stata battezzata Caroline da Miwako e da qui nasce Carrie per Isabella. Intraprenderà una turbolenta storia d’amore con George.


George/Joji Koizumi, lo stilista di Paradise Kiss (o Parakiss, l’etichetta). E' parecchio eccentrico basta, infatti, notare i suoi abiti. Ha delle idee assolutamente geniali, non si può dire lo stesso del suo carattere. E’ generalmente un tipo gentile, anche se con Yukari certe volte sono scintille (in tutti i sensi).


Miwako Sakurada da’ una mano al gruppo, non avendo la creatività di tutti gli altri. Si sente inferiore alla sorella Mikako che è diventata una grande stilista e sa di non poter essere come lei. E’ fidanzata con Arashi ed è stata amica d’infanzia di Hiroyuki. Legherà moltissimo con Yukari.


Arashi Nagase è il classico duro dal cuore d’oro. L’aspetto non è certamente dei più confortanti dato i suoi innumerevoli piercing (o spille da balia), tanto che il primo incontro con Yukari è tutto un programma! Anche lui è stato amico d’infanzia di Hiroyuko. Cuce gli abiti e fa parte di una band.


Isabella disegna le stoffe. Anche se dall’aspetto non si direbbe, è un travestito e conosce George da sempre. Scopriamo qualcosa in più sulla sua vita e sulla sua infanzia proprio nelle ultime due puntate della serie. E’ una persona veramente dolce, premurosa e affabile. L’amica che tutti vorrebbero avere.


Hiroyuki Tokumori è il classico bravo ragazzo studioso, il tipo che ogni madre vorrebbe come genero. E’ un tipo molto riservato e molto gentile. Yukari, che inizialmente aveva una cotta per lui, è una sua compagna di classe e lui le è molto affezionato. Il ragazzo è un po’ sfigatello in amore, infatti, anni prima Miwako scelse Arashi tra i due amici.


Curiosità

  • Assolutamente da ascoltare le due sigle, la prima poi è eccezionale: Lonely in Gorgeous di Tomoko Kawase e Do You Want To dei Franz Ferdinand (il nome della band comparirà in una scena).


  • Il nome di George. Noi occidentali siamo abituati alla pronuncia inglese, ma guardandolo in lingua originale il suono è diverso. Pensando che fosse un errore dei traduttori ammetto di averlo cercato su internet e ho scoperto che “Il nome Joji è la pronuncia giapponese del nome George [1]”.


  • Nella sigla di apertura compare Arashi che canta e il pubblico che poga. In effetti, questa scena non si è mai vista nell’anime. La scena finale riprende le caricature, parecchio divertenti, dei personaggi.



Impressioni:
Per chi la conosce, Ai Yazawa (il già citato Curiosando nei cortili del cuore e Nana) è famosa per il suo tratto che personalmente non rientra nei miei gusti, ma, nonostante questo, mi sono piaciuti proprio molto gli occhi di Yukari. Non apprezzo il disegno del make-up, né tanto meno le capigliature, ma in generale proprio il tratto. Mi sono resa conto che i colori non sono molto brillanti, alcuni addirittura sono un po’ smorti, ma è probabile che siano stati scelti proprio di queste tonalità per adattarsi perfettamente alla storia che, in alcune sequenze, è intervallata da immagini reali. Una scelta interessante, dopotutto, che si vede davvero poco in giro.
I personaggi sono variegati e hanno una loro psicologia: troviamo il ragazzo rude dal cuore d’oro, la ragazza sensibile e sorridente, lo sfigato di turno che però è il classico bravo ragazzo, e così via, ma di tutti, un po’ alla volta, comprendiamo i pensieri, le emozioni, le sensazioni. Infatti, non sono poche le volte che entriamo anche noi nella storia, magari al posto di quegli stessi ragazzi o comunque come pubblico attivo. Alla fine, benché la storia non sia proprio comune, quei ragazzi lo sono. Se togliamo la “moda” e la sostituiamo genericamente con “passione” (hobby sarebbe certamente inappropriato), allora sì in questo caso, avremo una storia più facilmente “nostra”. Tutti avranno conosciuto nell’età d’oro (la giovinezza, ma non solo) un ragazzo carismatico ed enigmatico come George, apparentemente non molto cortese da “fidanzato” (tanto da farmi ricordare la famosa canzone Teorema), ma è nei piccoli gesti che si nota tutto il contrario (un caso eclatante non può che essere il famoso anello a forma di farfalla fatto con le perline). George indossa una maschera. La risposta al “perché? ” è identica a quella che ci diamo ogni giorno. E tutti avranno conosciuto una Yukari, bella ragazza ma glaciale col prossimo per due motivi: uno perché la madre non è così espansiva, e l’altro perché studiando e vivendo per lo studio non ha molte occasioni di relazionarsi con la gente, con i suoi coetanei. E l’elenco si potrebbe fare per tutti i personaggi.
Le colonne sonore non sono messe lì tanto perché ci vuole un po’ di musica. I due pezzi, di apertura e di chiusura, predicono, anticipano la storia ma saranno capite solo man mano che si procederà nella visione delle puntate e si giungerà alla fine. La sigla di apertura è il preambolo per eccellenza, è come se dicesse “è questo che vi dovete aspettare” ma si capirà veramente alla fine. Io sono rimasta molto colpita dalla sigla iniziale per questo motivo, l’ho trovata assolutamente geniale, un’ottima sigla per anime. Oltretutto è anche molto bella, a prescindere.

Ma allora Parakiss che cos’è?
Ottima domanda! Parakiss è sostanzialmente una storia di passioni: passione per qualcosa, per qualcuno, passioni sopite. E’ anche una storia passioni represse per un fine più grande che può essere un’amicizia o la crescita dei personaggi. Capire se è giusto continuare qualcosa che ci fa stare male o no, capire se le amicizie possono essere recuperate, capire che bisogna solo prestare la propria spalla. Capire, infine, che dopotutto, anche se sono necessari parecchi anni il dolore scema, eppure il ricordo rimane magari anche solo in un angolino di noi stessi, ma è lì e non andrà mai via. Forse è questa l’interpretazione più giusta che si possa dare all'anime (che poi è un manga). Parlare della moda, della storia d’amore sarebbe riduttivo.
Premetto che quest’anime, in realtà, l’ho guardato più per curiosità piuttosto che per interesse vero e proprio. Dopo la terza puntata, però, mi sono dovuta ricredere sul perché lo stessi guardando e intuendo la risposta ho deciso di vederlo fino in fondo. Ero curiosa perché me ne avevano parlato brevemente, ma inconsciamente era già scattato qualcosa (la curiosità, appunto) altrimenti non l’avrei certo cercato! Se non fossi arrivata alla terza puntata, probabilmente, non avrei continuato la visione per il tratto che, come ho già detto, non rientra fra le mie preferenze. La vicenda, per fortuna, è andata diversamente. E mi sono addentrata nel tunnel. Avrebbero potuto (dovuto!) allargare la storia, anche se non c’è nulla di intentato o lasciato a metà. In realtà le 12 puntate sono perfette, bisogna darne atto. La pecca insopportabile è la fine. No, davvero, è paurosa. Intendiamoci ci può anche stare, ma non può finire in quel modo. E’ contro tutte le leggi che governano la finzione! Ma volendo accontentarsi di quel finale (cosa alquanto impossibile per come è articolata la storia), l’ultimo minuto è decisamente troppo. Per la precisione sono sessantacinque secondi (cronometrati) in cui ci si domanda solo una cosa: perché. Forse, da un certo punto di vista, la vita è meglio. Mi spiego meglio: nel “reale” si sa che le cose potrebbero andare in un certo modo poiché la “vita” ha in sé parecchi significati positivi e pure negativi. Si sa a cosa si va incontro, insomma. In un anime (o manga) ci sono altre aspettative: la finzione e quindi il contrario di quello che può accadere realmente. Quando queste aspettative vengono stravolte, il risultato è un coinvolgimento emotivo a ridosso dell’ira funesta di Achille. Quantomeno è quello che è capitato a me durante quei secondi.
Riassumendo dell’anime mi è piaciuta la storia, ma soprattutto i tratti psicologici dei personaggi. E la musica. Tutto il resto fa assolutamente da contorno, è un qualcosa che aggiunge e che non leva nulla. La fine, comunque, per me è stata pessima, come se fosse stata scritta giusto perché bisognava concludere il tutto. Ho sempre detestato questo genere di conclusioni perché rinnegano un po’ tutta la storia. Ma questa, signori miei, questa fine è veramente atroce!

MANGA[2]
La prima edizione del manga di ParaKiss fu distribuita dalla Planet Manga a partire dal dicembre 2001 ed era costituita da 10 volumetti al prezzo di 2,32 euro cadauno. Attualmente, ne è in corso la ristampa sotto forma di Collection: 4,50 euro per ogni volume (sono in totale 5).
Il tema principale su cui verte tutta la storia è sicuramente la passione. Che sia passione fra uomo e donna o quello per la famiglia o l'amicizia, conta poco dal momento che saranno temi che si intrecceranno inevitabilmente fra loro di continuo, coinvolgendo protagonisti e personaggi di secondo piano. Ma non possiamo non notare anche la presenza, forte, della passione nei confronti delle proprie abitudini e attinenze, come confezionare abiti. Un compito ben lontano dall'obiettivo scolastico cui Yukari è stata indirizzata fin dalla più tenera età ma che la trascinerà in questo vortice all'improvviso, a partire dal momento in cui si ritroverà a fare da modella per la sfilata di fine anno accademico dell'istituto Yaza (evidente il richiamo al cognome dell'autrice). La passione per la moda è sicuramente il perno di tutta la narrazione poiché ogni personaggio si ritroverà a dare anima e corpo per terminare il lavoro, a sacrificare il proprio tempo libero per tagliare e cucire, a mettere i propri mezzi e le proprie finanze per comprare tessuti e accessori. Insomma, tutto il manga è l'elogio al sacrificio inteso in primis come voglia di riuscire per portare a termine un impegno ma anche per poter essere soddisfatti di se stessi, sempre e comunque, indipendentemente dalle imposizioni esterne e dai giudizi spesso fin troppo critici. E' questo un messaggio importante che la Yazawa ha voluto dare pagina dopo pagina, sotto diverse forme e sfaccettature.
Ogni capitolo prende il nome di Stage e i personaggi sono disegnati con una cura maggiore rispetto all'anime, perfetti nei lineamenti del viso ma soprattutto negli abiti, ricchi di particolari e sempre accompagnati da accessori.
Tutti i protagonisti, in tempi e modi diversi, subiscono un'evoluzione pagina dopo pagina, che si traduce soprattutto come una serie di cambiamenti mirata a renderne più maturo il carattere e più consapevoli le azioni. E' necessaria  però una lettura attenta ed esente da distrazioni, perché sovente le espressioni di un viso sono più eloquenti di un qualsiasi dialogo.
Il più enigmatico fra tutti è Joji Koizumi. I tratti delicati gli donano un inevitabile tocco di classe e un fascino maggiore, lasciano inoltre intendere, prima di ogni spiegazione dell'autrice, il suo sangue misto. Il modo di fare del giovane non appare subito chiaro, infatti capita di aspettarsi da lui tutto l'opposto di quello che farà; ciò fa sì che ci si abitui al suo lato un po’ dongiovanni e menefreghista in modo graduale, a differenza della trasposizione su schermo dove tutto è stato accelerato e molti passaggi non sono stati spiegati a dovere a causa delle poche puntante a disposizione. Joji è senza dubbio il più affascinante fra tutti, forse per il suo porsi da arrogante ed intrigante allo stesso tempo e per le sue imprevedibili carinerie; la Yazawa vi è molto affezionata, tanto da citarlo anche in Nana[3] (vedi anteprima a destra).
Un personaggio che suscita da subito curiosità è invece Isabella. E' l'addetta ai fornelli dell'atelier, oltre che collaboratrice della collezione ParaKiss. Nel manga ha sempre vestiti eccentrici e unghie impeccabili, nonchè una certa raffinatezza nei modi di fare; spesso, però, ha un make-up fin troppo eccessivo (cosa che è molto evidente nel manga, meno nell'anime), fa uso di accessori molto vistosi e dalle mani trapela un che di "stonato": questo perché, come sarà possibile comprendere a storia inoltrata, in realtà è un ragazzo. Un ragazzo che non ha mai accettato, fin da piccolo, il suo sesso e che poco a poco ha deciso di cambiare totalmente identità, grazie soprattutto all'appoggio di Joji, suo amico di infanzia per il quale rivelerà indirettamente d'avere una cotta.
L'ultimo ragazzo della compagnia è Arashi Nagase, che nei tratti del manga è un incrocio fra Nobu e Shin di Nana mentre nell'anime è quello che è stato disegnato peggio; è il personaggio cui la Yazawa ha affidato il proprio interesse per la musica, avendogli donato, oltre alla passione per la moda, quella per la chitarra. E' il personaggio che richiede sicuramente più tempo per essere conosciuto, dato che inizialmente ha un ruolo molto marginale soprattutto per il fatto che viene messo in ombra da Miwako, la sua chiassosa fidanzata.
Miwako Sakurada, a dispetto di quel che può sembrare, è il personaggio chiave di tutta l'opera; è la sorella di Mikado Koda, proprietaria della linea d'abbigliamento "Happy Berry" e che abbiamo già visto in Gokinjo Monogatari. Miwako ha una personalità frizzante e sbarazzina; è un incrocio fra una lolita giapponese ed una bimba che accoglie le belle novità con tanto entusiasmo. In realtà, nonostante l'indole spensierata, ha un lato del suo carattere che tende a celare, ovvero quello più insicuro, che si manifesta sia nei confronti del suo amore per Arashi, messo in dubbio in seguito all'incontro con il suo amico di infanzia Hiroyuki Tokumori (figlio del proprietario del pub "Blue Parrot", anche lui visto in Gokinjo Monogatari), sia nei confronti della sorella stessa, stilista affermata e richiesta che sente non riuscirà mai ad eguagliare.
L'ultima descrizione tocca alla protagonista assoluta, Yukari Hayasaka. La storia si apre proprio con lei che, molto irritata, incontra casualmente Arashi ed Isabella per le strade di Tokyo. E' una ragazza molto fragile, che racchiude in sé tutte le caratterizzazioni negative tipiche delle liceali: è insicura e ansiosa, è oppressa dalla famiglia che vuole a tutti i costi che lei sia la prima a scuola, è incapace di avere relazioni interpersonali e se ne sta sempre chiusa nel suo mondo di libri per prepararsi agli esami che le  consentiranno di accedere all'università. Non ha passioni, non ha sogni. Tutto questo finché, un giorno, si troverà catapultata contro la sua volontà nel mondo di ParaKiss. Caroline, inconsciamente, ha dentro di sé un'indole molto ribelle che ha bisogno di una spinta molto forte per essere tirata fuori  Una spinta che le verrà data proprio dall'amore.



NOTE

[1] Fonte Wikipedia.

[2] Recensione curata da Utopia, la nostra fondatrice, alla quale va il mio più sentito ringraziamento.
[3] Nana collection #4, La stanza di Junko.




Scritto da mulaky

9 ottobre 2007

Devilman - L'uomo Diavolo

In principio erano i demoni, creature mostruose nate dalla fusione degli esseri viventi più disparati. Dominavano la Terra prima dell'avvento dell'uomo, in un clima di primitivo e violento terrore ove vigeva la legge del più forte. Poi vennero le glaciazioni e i demoni furono imprigionati nelle profondità dei grandi ghiacciai.
Il professor Asuka, archeologo di fama internazionale, durante una spedizione tra le rovine di un'antica civiltà Maya, conobbe tutta la verità sull'esistenza dei demoni e quando tornò in patria non fu più lo stesso. Divenne sadico e malvagio fino al giorno in cui, dopo aver tentato di divorare suo figlio, decise di mettere fine alla propria esistenza dandosi fuoco.
Ryo Asuka, unico figlio del professore, rovistando tra gli appunti del padre, si rese conto che il celebre archeologo era stato posseduto da un demone. Seppe così che i demoni si erano destati dal loro sonno millenario e che si apprestavano a riconquistare la Terra.
Un giorno il giovane Ryo si presentò dinanzi al suo unico vero amico: Akira Fudo. Akira era sempre stato un ragazzo codardo, ma dal cuore puro e dai sentimenti onesti. La sua famiglia si era trasferita all'estero e, dato che lui doveva completare gli studi, era stato ospitato dalla famiglia Makimura che lo aveva sempre trattato come fosse loro figlio. Secondo Ryo esisteva un solo modo per riuscire a contrastare i demoni: fare in modo che uno di essi si fondesse con un uomo capace di dominarne gli istinti, affinché la natura demoniaca non prevaricasse quella umana. La scelta ricadde su Akira.
La fusione avvenne, Akira Fudo fu posseduto dal grande demone Amon e da quel momento divenne Devilman, altrimenti detto l'uomo diavolo.

   


Pur essendo composta da soli tre volumi (ristampata recentemente in una nuova edizione da cinque), l'opera di Go Nagai possiede una ricchezza ed una profondità particolarmente rare, che fanno leva sui principi del bene e del male che convivono nell'uomo. Go Nagai indaga sulle due facce della stessa medaglia portando in superficie gli istinti carnali, primordiali ed oscuri che albergano in ciascuno di noi, nell'ambito di un equilibrio tanto instabile da condurre inevitabilmente all'autodistruzione.
Dopo la fusione Akira cambiò radicalmente. Divenendo scontroso e a tratti persino violento, ma riuscì comunque a dominare l'istinto del demone che lo possedeva. Questa sua duplice e contrastante natura fece innamorare la giovane figlia dei Makimura, Miki, che viveva sotto lo stesso tetto di Akira. Miki non conosceva il segreto di Akira e lui ritenne opportuno fare di tutto per nascondergliela, limitandosi a proteggerla a sua insaputa. A questo punto il racconto di Go Nagai si tinge di nero, attraverso il susseguirsi di una serie di brevi episodi di rara crudeltà quotidiana: una madre che tortura il suo unico figlio; una bambina divorata dal demone-tartaruga Jinmen, il cui volto e la cui coscienza restano impresse sul suo guscio; un gruppo di ragazzi controllati da orribili tarantole aggrappate alla testa; una giovane studentessa costretta a convivere col suo corpo demoniaco capace di secerne liquidi che corrodono ogni cosa. Insomma, non si può certo dire che a Go Nagai manchi la fantasia, come neppure si può dire che non sappia dipingere l'orrore nella sua forma più pura, profonda e radicata.
E così, giorno dopo giorno, Akira si vide costretto ad affrontare sè stesso e i demoni che insidiavano la razza umana. Si, perché i demoni erano troppo furbi per riconquistare il pianeta dichiarando guerra aperta all'umanità: erano consapevoli delle armi create dall'uomo, ma conoscevano bene anche tutte le sue debolezze e le sue paure. Decisero quindi di optare per una fusione indiscriminata: presero a impossessarsi di persone normali, comuni lavoratori, casalinghe, studenti delle superiori e via dicendo. Alcuni di questi si tramutavano in orrende creature dalle apparenti sembianze umane; altri, non sopportando il peso della fusione, morivano manifestando apertamente la loro natura demoniaca sotto lo sguardo sbigottito e impotente dei passanti. A quel punto divenne chiaro a tutti che chiunque poteva nascondere un demone dentro di sé e in breve tempo il terrore dilagò a macchia d'olio. In tutto il mondo vennero istituite speciali squadre anti-demone e l'umanità cadde vittima di una seconda epoca inquisitoria, ancora più devastante della prima. l'obbligo morale di denunciare alle autorità chiunque fosse stato anche solo sospettato di essere un demone si diffuse come il peggiore dei virus e tanti uomini innocenti caddero vittime delle spietate pattuglie anti-demone. Nel giro di pochi mesi le cose precipitarono e, se in un primo momento il compito di Devilman era quello difendere la Terra dai demoni, ben presto si ritovò a proteggere l'umanità da sé stessa. Ma l'odio e la crudeltà umana si dimostrarono ben più violente dei primordiali istinti demoniaci e lo stesso Akira capì di essere del tutto impotente nell'affrontare l'odio generato dall'uomo nei confronti dei suoi simili.

   


Infine il tragico epilogo. Per difendere la famiglia di Miki, Akira fu costretto a rivelare apertamente la sua vera identità demoniaca e a fuggire lontano dalla sua amata, con la promessa che avrebbe continuato a proteggerla. Miki giurò ad Akira che avrebbe fatto il possibile per sopravvivere e che, una volta che tutto questo fosse finito, si sarebbero finalmente ricongiunti. L'obiettivo di Akira era quello di cercare altri devilmen come lui. Si rese conto che, durante la precedente fase di fusione indiscriminata ad opera dei demoni, potevano essere nati altri devilmen, così come era capitato a lui: l'amore di Miki l'aveva spinto a credere che, nonostante tutto, l'umanità meritasse ancora di essere salvata e l'unico modo per farlo sembrava essere proprio quello di organizzare un esercito di devilmen, così da ingaggiare una battaglia all'ultimo sangue contro i nemici dell'uomo. Nel frattempo, quando il quartiere seppe che la famiglia Makimura aveva ospitato un devilman in casa propria per tutto quel tempo, cominciarono a diffondersi inquietanti ed insidiose dicerie sul loro conto. D'altronde Miki era sempre stata una ragazza affascinante e tutti coloro che in passato avevano segretamente subito questo suo fascino cominciarono a giustificare la loro debolezza d'animo accusando la ragazza di essere una creatura dagli oscuri poteri. Una notte, una folla inferocita di cittadini, armati di bastoni, randelli e ardenti fiaccole, assediò la casa dei Makimura. Uccisero brutalmente tutta la famiglia. Miki si difese fino allo stremo delle proprie forze e, prima di essere linciata, invocò tra sé il perdono Akira per non essere stata capace di sopravvivere a tutta quella ferocia. Alle prime luci dell'alba, mentre Akira rientrava a casa dei Makimura per poter finalmente riabbracciare la sua amata, vide una folla esaltata portare in trionfo un macabro trofeo: la testa della giovane Miki impalata in cima a una lunga asta di legno.
I demoni a quel punto ebbero gioco facile e ben presto l'umanità si ritrovò decimata. Ma lo scontro finale doveva ancora avvenire: dopo una lunga battaglia tra demoni e devilmen sopravvissero soltanto i rispettivi capi delle due fazioni nemiche: Satana e Amon. Satana si rivelò essere la vera identità di Ryo Asuka, l'amico d'infanzia di Akira. Sul finale l'angelo ermafrodita cacciato dal Paradiso raccontò di essere sempre stato innamorato di Akira e di averlo fatto possedere dall'invincibile Amon non per difendere l'umanità, bensì nella speranza che potesse sopravvivere ad essa. Dopo la lunga e malinconica rivelazione di Ryo, Akira chiuse gli occhi e si addormentò per sempre tra i resti di una Terra ormai devastata.


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N.B. Le tavole riportate rispecchiano il formato originale dell'opera, dunque eventuali dialoghi (mi riferisco nello specifico alla tavola numero cinque) andranno letti nell'ordine inverso: dall'alto verso il basso e da destra verso sinistra.



Scritto da Deeproad

20 settembre 2007

Death Note

Una partita a scacchi.
Di quelle serie però, di quelle giocate dai grandi campioni dotati di una mente tale da prevedere in anticipo le mosse dell'avversario; con la sola (?) differenza che pedoni, alfieri, torri, cavalli e regine sono degli esseri umani, manovrati (e sacrificati) abilmente dai 2 re.
La scacchiera? Una Tokyo che presto sta stretta, spostando la partita su scala globale.
Il mezzo? Da un lato la tecnologia della polizia giapponese e di un geniale investigatore, dall'altro il Death Note.


Beh, presentiamo i pezzi disposti su questa scacchiera, allora.

I pedoni.
I pedoni degli scacchi sono anonimi, tutti uguali e limitati nei movimenti. Nella partita di Death Note invece devono avere un nome: "The human whose name is written in this note shall die". Quelli bianchi sono quelli a disposizione della polizia, quelli neri del possessore del Death Note... poi ce ne sono altri che non c'entrano con la partita: c'è un brusio continuo di pedoni che scompaiono, per tutta la storia.
Alfieri, torri, cavalli, regine. Entrambi i giocatori hanno dei pedoni un po' più importanti - non si può definirli diversamente - che scelgono di muovere con maggior libertà e che sono a conoscenza di parte della strategia.
Re. Imbrigliati nelle maglie tessute dall'avversario, i due re mandano avanti tutti gli altri pezzi secondo uno schema di anticipazioni e mosse preparatorie che è il vero nucleo della storia.
- Il re bianco è L (proprio la lettera), o Riuzaki (nome fittizio). Di lui non si sa nulla se non quello che mostra di sè: un ragazzo indubbiamente strano, pieno di tic e con la passione per i dolci. Un ragazzo prodigio che in varie occasioni aveva aiutato la polizia a risolvere casi intricatissimi e che ora è chiamato a capire e fermare il serial killer che sta uccidendo a suon di attacchi cardiaci i criminali ("If the cause of death is not specified, the person will simply die of a heart attack").
- Il re nero è Light Yagami. Light è Kira, colui che, spinto da un deviato (o no?) senso di giustizia, sceglie di usare il Death Note per punire. Kira raccoglierà numerosi fan (saranno loro a dargli questo nome, "killer" pronunciato dai giapponesi), ma non manca chi lo avversa, in primis suo padre, il capo della polizia di Tokyo.
Gli shinigami. Eh? Su una scacchiera? Beh, sono un po' gli spettatori, un po' gli organizzatori dello spettacolo: sono gli dei della morte, naturali possessori dei Death Note coi quali dovrebbero gestire vita e morte degli esseri umani dal loro mondo... Non è bello da dire, ma tutto questo gran casino tra L e Kira è causato dalla noia mortale di uno di loro, Riuuk, che lascia cadere sulla Terra un Death Note che gli avanzava.
Dire i nomi di tutti gli altri ci interessa poco, ve l'assicuro. Una volta che siamo entrati nell'ottica che sono tutti pedine nelle mani dei due giocatori di loro poco ci fregherà (anche se, chiaramente, la storia ce li propone egregiamente, con le loro speranze e le loro paure, i loro desideri e le loro aspirazioni...)

Le regole, infine, sono quelle dettate dal Death Note.

Della storia non si può dire veramente di più. Immagino sia chiaro che non è possibile raccontare oltre senza togliervi la possibilità di capire autonomamente i perchè delle mosse dei due giocatori.
Posso dirvi che avete 3 possibilità di scoprirla: manga, anime e film.
I 12 numeri del manga e le 37 puntate dell'anime viaggiano sulla stessa lunghezza, le differenze sono minime (a quanto ho potuto al momento riscontrare). C'è da dire che entrambi si spostano oltre la storia che vi ho accennato: nell'anime dalla puntata 27 inizia una seconda partita a scacchi, a dire il vero meno intensa della prima...
Col film (inevitabilemente) le differenze sono notevoli. Coi film, anzi: Death Note e Death Note - The last name. La storia si ferma alla "prima partita" tra L e Kira e la necessità di far stare tutto in 4 ore causa cambiamenti nella trama, tanto che si può dire che anime/manga e film arrivano allo stesso finale ma per due strade diverse, sovrapponendosi solo in alcuni passaggi chiave.
Sono modifiche intelligenti, non raffazzonate, ma che causano un appiattimento emotivo nella storia: l'anime e il manga sono caotici, neanche i protagonisti spesso hanno le idee chiare (sono pur sempre esseri umani) e la confusione aumenta tra la gente comune (spaccata in due tra un senso di giustizia sano ma inerme e uno malato ma efficace), è tutto meno orchestrato, insomma, ma la possibilità di avere più spazio (in tankoubon e puntate) permette di spiegare comunque gli eventi. Nel film invece la trama tessuta da L e Kira fila liscia fino alla conclusione, intrecciandosi perfettamente a formare un quadro geniale.

C'è solo un'ultima cosa da dire: il manga è stato presentato come uno dei rari successi in cui il protagonista è cattivo. Beh, Light/Kira magari non è cattivo, a voi decidere... ma certamente non è normale: la sua fortissima e controversa personalità deve aver spinto gli sceneggiatori del film a ridimensionarlo, almeno all'inizio: nel film infatti Light è uno studente di legge con un forte senso di giustizia e fiducia nella polizia, ma che dopo aver assistito a una palese ingiustizia rimasta impunita ottiene da Ryuuk il Death Note e diventa (seppur con qualche iniziale esitazione) un dio punitore. Nel manga/anime invece queste sue velleità divineggianti sono manifeste da subito e le esitazioni ridotte a zero: Light accetta una forza assoluta e divina certo di essere la persona giusta per applicare la vera giustizia. Chissà, magari presentare sullo schermo un'anima umana così nera ha messo paura agli sceneggiatori... E' infatti inevitabile che chiunque abbia visto questa storia, a un certo momento (per ognuno diverso) abbia pensato che forse Kira tutti i torti non li ha...

14 giugno 2007

La Saga delle Sirene

Né vivere, né morire.
Non ho potuo fare niente
di tutto questo insieme a te...


La saga delle Sirene


L'immortalità. Un antico miraggio che l'uomo rincorre fin dal principio della vita stessa; un sogno irraggiungibile che si perde nei meandri più reconditi dell'esistenza; un desiderio insano e perverso, talvolta disperato, che scaturisce da una favola tramandata attraverso i secoli e le generazioni: a colui che si nutrirà della carne di una sirena saranno concesse eterna giovinezza e longevità. Quello che però non viene narrato dalla leggenda è che la carne di sirena è in realtà un veleno letale, capace di trasformare ogni essere vivente in una creatura mostruosa e priva di sentimenti, condannata a vivere in eterno sotto quelle orrende sembianze. Mentre il destino che attende i più fortunati consiste in una morte atroce e dolorosa oltre l'umana immaginazione. Eppure al mondo sembra esistere anche chi ha ricevuto il dono dell'immortalità senza che il suo corpo ne subisse le tremende conseguenze. La felicità di costoro è però destinata a spegnersi in un lampo sotto il peso della solitudine eterna.
Yuta è un giovane vagabondo che cammina sulla Terra da più di cinquecento anni alla disperata ricerca di una sirena che possa finalmente porre fine al tormento della sua condizione. Yuta desidera invecchiare e morire come qualunque altro essere umano. E nel suo eterno vagare incontrerà Mana, una ragazza anch'essa immortale, sottratta al suo destino di vittima sacrificale sull'altare delle leggendarie creature marine. Perchè se un essere umano che si nutre della carne di sirena è in grado di ottenere l'eterna giovinezza, la sirena che mangia la carne di colei che ha trovato l'immortalità ritorna giovane. E in un villaggio sperduto sulle rive del mare, una congrega di vecchie sirene, dopo anni di estenuanti ricerche e inutili sacrifici, ha finalmente trovato in Mana l'essere immortale che le riporterà al loro antico splendore. Yuta riuscirà a sottrarre la ragazza alla sua triste sorte e da quel momento non sarà più solo. Ma questo in fondo è solo l'inizio di una saga che ci prende per mano e ci trascina in un vortice di oscura aberrazione, laddove l'animo umano si manifesta in tutta la sua disarmante fragilità. Perchè la carne di sirena, prima ancora che per il corpo, è un letale veleno per l'anima di colui che subisce il fascino perverso dell'immortalità. E se da un lato le anime dannate vagano in eterno sulla terra ignare della loro condizione di creature dalle mostruose sembianze, dall'altro le anime corrotte convivono con tutta la sofferenza interiore che il desiderio di sovvertire le leggi della natura ha donato loro. E a noi non resta altro che domandarci cosa sia realmente peggio.

Il bosco delle Sirene  Il segno della Sirena  La maschera della Sirena

La saga delle sirene è senza ombra di dubbio la più bella opera di Rumiko Takahasi. Personalmente ho sempre avuto delle riserve nei confronti di questa autrice tanto osannata da qualsiasi appassionato di fumetti del Sol Levante. Di lei ho sempre amato quel suo stile dissacrante ma al tempo stesso profondamente legato alle tradizioni occulte del Giappone. E' indubbiamente una donna di grande cultura e dalla spiccata ironia, oltre che un'ottima narratrice. Eppure nessuna delle sue opere più celebri mi ha mai convinto fino in fondo. Si è sempre persa nei meccanismi della serialità e nella reiterata ostinazione a voler perpetrare in eterno la staticità delle situazioni che lei stessa creava e che sembrava avesse paura di compromettere in qualche modo. E' come se non fosse in grado di osare spingendosi al di là dei confini di quei piccoli quadretti narrativi che pure sa dipingere così bene. E' un'autrice fondamentalmente prevedibile, nel bene e nel male. Ma la saga delle sirene è tutt'altra cosa. E' un'opera completa e appassionante in cui la Takahashi sembra riversare tutta se stessa raggiungendo vette emotive di rara e poetica intensità. Ogni singolo capitolo è una piccolo capolavoro curato fin nei minimi dettagli che rende finalmente giustizia all'arte di questa grande autrice, senza i limiti relativi alle improrogabili scadenze seriali imposte dalla casa editrice. La struttura stessa dell'opera, organizzata secondo l'alternarsi di epoche storiche differenti secondo uno costruzione temporale che ricorda vagamente quella adottata da Tarantino nella maggior parte delle sue pellicole, offre grande respiro allo sviluppo del racconto. Ma la saga delle sirene è purtroppo una storia ancora incompleta, costituita da soli tre volumi per un totale di nove episodi. Onestamente non so se questo splendido racconto troverà mai una conclusione, ma sono certo che la lettura di queste pagine vi darà modo non solo di conoscere il lato più intimo e poetico della Takahashi, che purtroppo traspare appena nell'ambito delle sue opere più conosciute, ma anche di sondare gli oscuri e deliranti sentieri dei sentimenti umani più profondi, siano essi innocenti o intrisi di sottile e perversa crudeltà.

Le Sirene non sorridono mai  Fine di un incubo  Il bosco delle Sirene



Scritto da Deeproad

16 aprile 2007

Ranma ½: i luoghi

Il mio occhio di lettrice di manga giapponesi è spesso e volentieri attratto dai luoghi nei quali i vari personaggi si muovono ed interagiscono fra loro; manifestando, inoltre, un grande interesse per la cultura nipponica e mettendo Tokyo fra le prime città estere che mi piacerebbe visitare, non posso fare a meno di apprezzare la ricchezza di particolari con cui alcuni mangaka realizzano le proprie tavole. Rumiko TakahashiUn merito particolare in questo senso va a Rumiko Takahashi , donna minuta ed occhialuta classe ‘57, della quale sono conosciuti ed amati molti personaggi: da Lamù, la ragazza dello spazio dal costumino tigrato ( da “Urusei Yatsura” ) per la quale ho avuto una sorta di venerazione durante l’infanzia, a Godai, timido ed impacciato ventenne con un debole per la dolcissima vedova Kyoko Otonashi (da “Maison Ikkoku”), fino all’ultimo semi-demone dalle fattezze canine Inuyasha (dal manga omonimo). I personaggi di Ranma ½ usciti dalla mia matita! ^^ (clicca per ingrandire)Fra tutti, però, ho apprezzato in modo particolare Ranma ½ ( “Ranma nibun no ichi”, letteralmente "Ranma uno-di-due"), concepito prima come manga e successivamente come anime e oav[1]. In questo prodotto della Takahashi si può assistere ad un continuo incontro/scontro fra la cultura giapponese e quella cinese, attraverso costumi tradizionali e piatti tipici, abitudini familiari e regole scolastiche, il tutto correlato da azioni, talvolta assurde, caratterizzate da un'irrinunciabile impronta umoristica pronta a sdrammatizzare momenti di imbarazzo e situazioni poco allegre. Vi propongo, allora, un viaggio virtuale del Giappone e della Cina di Ranma ½. , attraverso la descrizione dei luoghi principali dove si sviluppa la storia.

IL GIAPPONE


Tokyo è il background preferito dei mangaka giapponesi, in quanto è una città in continua evoluzione; in essa, la vecchia tradizione di kimoni e templi Edo si fonde con l’iper tecnologia del ponte dell’Arcobaleno e delle innumerevoli stazioni presenti nei 23 quartieri speciali in cui è suddivisa la città. Ed è proprio in un quartiere di Tokyo, Nerima, che la Takahashi lascia interagire i suoi personaggi. Volendo fare un confronto su come l’autrice sia riuscita ad adattare i luoghi reali alle sue storie, distinguiamo 4 ambientazioni particolari.

Casa Tendo.
I giapponesi hanno sempre rappresentato un popolo profondamente rispettoso di abitudini e tradizioni; proprio grazie ai cartoni animati ho avuto modo di apprendere, ad esempio, che è buona educazione togliersi le scarpe non appena viene varcato l’ingresso domestico (genkan), lasciandole con le punte rivolte verso l’uscita, e di infilarsi pantofole o rimanere con i calzini per evitare di sporcare il pavimento. Nell’abitazione dei Tendo (dove vivono, praticamente da parassiti, anche Ranma col padre ed il maestro Happosai), si possono apprezzare tanti piccoli particolari che anche nella realtà costituiscono l’interno delle tradizionali dimore nipponiche: porte scorrevoli (fusuma), pannelli (shoji) tappezzati con carta di riso (ecco perché sono facilmente soggetti alla rottura, specie quando Genma e Ranma litigano!) , ampi armadi (oshiire) in cui vengono riposti lenzuola (shikifu) e futon, sostantivo che indica il caratteristico letto costituito da un materasso sottile (shikibuton) e dalle coperte (kakebuton)  e che è possibile srotolare sul pavimento. Il materiale principale di costruzione per l’esterno delle case giapponesi è il legno, in quanto facilmente rimpiazzabile in caso dei terremoti frequenti cui è soggetta quella terra; all’interno, invece, ritroviamo il tatami, ovvero il pavimento, che consta di tre parti: toko, cioé paglia di riso, omote, costituito da steli di igusa (un tipo di tessuto vegetale), e heri, che è una stoffa. Ecco una tipica dimora nipponica rapportata con l'abitazione dei Tendo vista sia nell'anime che nel fumetto:

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Una stanza di casa Tendo di cui possiamo apprezzare bene i particolari è il bagno, perché spesso i personaggi vi si recano per attingere all’acqua calda e lavarsi di dosso la maledizione. Esso è costituito da una sorta di ingresso (dove ci si spoglia) dal quale poi si accede al toire, un ambiente dove vi sono il water ed il lavabo, ed al furo, uno spazio dove vi è un tipo di vasca molto più profonda rispetto alla nostra, in quanto l'acqua deve poter arrivare fino al collo; sia nel manga che nell’anime, sarà proprio il furo a vedere il primo incontro fra Akane e Ranma ragazzo[2]. Anticamente, però, il corpo veniva lavato nel goemonbur (che prende il suo nome da Ishikawa Goemon, un uomo condannato a morire in un calderone pieno di olio bollente), una piccola conca in ferro riscaldata con la legna grazie ad una fornace sottostante. Un tipico KamidanaElementi che non devono mancare mai fra le pareti domestiche nipponiche sono due altarini religiosi: il Kamidana (per il culto dello shintoismo) ed il Butsudan (per il culto del buddismo) . ‘Kamidana’ sta letteralmente a significare ‘Mensola per gli Dei’, in quanto riservata a particolari divinità cui rivolgersi; su di esso vengono poste candele, riso bianco e sake (una bevanda alcolica giapponese che si ottiene dalla fermentazione del riso).
Più importante è di sicuro il Butsudan, letteralmente ‘Altare del Buddha’, che viene utilizzato sia per pregare per l’appunto tale divinità che i propri defunti e che si può chiudere con delle ante o riporre in un mobile apposito. Vi si offrono cibo, fiori ed incensi e dopo 49 giorni dalla dipartita di un proprio caro viene posta una tavoletta (ihai) sulla quale è inciso il nome attribuito al morto; questo perché in Giappone vi è l’usanza secondo la quale il sacerdote dà un nuovo nome al deceduto.
Soprattutto nel manga, si vede molto spesso Soun Tendo pregare per la moglie defunta presso questo altarino.

Parco Shakujii.
Per quanto Tokyo possa essere una città caotica dominata da una linea ferroviaria iperveloce (la Yamanote-sen) e da grattacieli altissimi che ospitano centinaia di uffici e maxischermi pubblicitari, non mancano di certo gli spazi verdi dove portare a spasso il cane o incontrarsi semplicemente con gli amici. Sia nell’anime che nel manga di Ranma, si ha modo di osservare il parco Shakujii (Shakujii Koen) in diverse occasioni; le più stuzzicanti sono il momento in cui Ranma urla un fragoroso “Ti amo!” ad Akane[3] e quando viene organizzato per la prima volta un incontro con Nodoka, sua madre[4]. Nella realtà, questa ritrovo a Nerima esiste sul serio (vi è molto praticato il birdwatching) e la Takahashi sembra averne proposta una versione decisamente fedele all’originale; infatti, nelle tavole che lo ritraggono ritroviamo i viali alberati, le panchine, i sentieri provvisti di siepi rigogliose e le giostrine in ferro per i più piccoli. Ecco come appare tale luogo nella realtà e come l'autrice lo propone:
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Classica, sia nell'anime che nel manga, è la presenza dei due laghetti caratteristici di questo spazio verde: uno è lo “Shakujii”, l’altro è il “Sanbō-tera”; in particolare, quest’ultimo fa spesso da sfondo, nella realtà, a molte serie tv nipponiche. Ciò che invece non viene mostrato ma che rappresenta un elemento peculiare del parco sono i resti di un antico castello (che prende il nome dal parco stesso), costruito durante il periodo Kamakura (1185-1333) e distrutto nella seconda metà del XV secolo.

Liceo Furinkan.
Il Giappone è considerata la nazione più istruita al mondo, con lo 0% di analfabetismo ed il 100% delle iscrizioni alla scuola dell’obbligo; il suo sistema di istruzione prevede 6 anni di elementari (da iniziare all’età di 6 anni), 3 di medie inferiori (dopo i quali termina la scuola dell’obbligo), 3 di medie superiori e 4 di università (per divenire uno studente universitario è necessario superare un esame di ammissione non semplice[5], Love Hina docet!). Le lezioni iniziano ad aprile per terminare nel marzo dell’anno successivo e si hanno circa 14 giorni liberi fra la chiusura e la riapertura; gli studenti godono di ulteriori pause didattiche con l’arrivo di Capodanno (2 settimane) ed in occasione dell’estate (6 settimane). Nella maggior parte delle scuole superiori nipponiche l’ingresso è alle 8.30 e l’uscita alle 15.00, ma i ragazzi possono trattenersi oltre l’orario scolastico per svolgere attività ricreative come il teatro e l’atletica leggera oppure per provvedere alla pulizia di aule e laboratori; inoltre, a differenza dell’Italia, le classi sono costituite anche da 40 studenti in virtù dell’alta densità di popolazione. Ranma ed Akane frequentano la 1^F presso il liceo Furinkan, che la Takahashi idealmente pone nel quartiere di Nerima; ecco come l'autrice propone tale struttura sia nel manga che nell'anime e come invece si presenta una scuola di Tokyo nella realtà:  
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Ad eccezione di Ranma (che predilige sempre e comunque il suo modo di vestire alla cinese per ogni Un gakuranoccasione), tutti gli studenti indossano una divisa, in gergo seifuku, che è diversa a seconda dell’istituto di appartenenza. Sia nel manga che nell'anime, per i ragazzi ritroviamo la classica uniforme scolastica, che trae spunto dal modo di vestire dei cadetti prussiani: essa fa uso di toni abbastanza scuri (come il blu o il nero) ed è costituita da un pantalone, da una camicia bianca e da una gakuran, ovvero una giacca dotata di un numero variabile di bottoni di ottone e di un caratteristico colletto alto e rigido, che va portato Una tipica camicia scolastica con collo alla marinararigorosamente abbottonato come segno di buona educazione. Per quanto riguarda le uniformi per il gentil sesso, invece, si predilige una vestibilità nettamente più femminile; famose sono le sailor-fuku, ovvero le classiche uniformi alla marinara, i cui colori variano in base all’istituto: esse sono costituite da un un’ampia gonna a pieghettine portata con lunghi calzettoni (loose-socks, che mi permetto di tradurre liberamente come ‘calzini morbidi’ in quanto vanno indossati in modo che non aderiscano troppo) e da una camicetta con colletto a righe (stile ‘Paperino’ e ‘Sailor Moon’, che per l’appunto vestono alla marinara), il quale il più delle volte è abbellito da un nastro, portato a mò di fiocco oppure semplicemente tenuto fermo da una spilla. Sia nel manga che nell’anime, è possibile osservare la sailor-fuku su Kodachi (che frequenta un istituto per sole donne), mentre nel liceo Furinkan la divisa femminile è molto più sobria, in quanto costituita semplicemente da un vestitino verde e da un bolerino dello stesso tessuto (utilizzato nei mesi più freddi), cui va abbinata una camicia bianca a maniche corte.

I canali di Nerima.
Sia nel manga che nell’anime è possibile osservare diversi canali di scolo, che caratterizzano anche nella realtà le strade di Tokyo e, più in generale, del Giappone. Essi sono bacini artificiali protetti da mura di cemento, intervallate da una delle due estremità di grossi tubi che permettono lo scolo delle acque piovane che verranno poi riutilizzate, ad esempio, per irrigare i campi. Solitamente, questi canali costeggiano uno dei lati delle strade cittadine, dalle quali sono separate tramite recinzioni metalliche; come la Takahashi ci mostra, nel tragitto che separa la casa dei Tendo dalla scuola Ranma ha l’abitudine di camminare proprio sul cornicione di queste protezioni in ferro, con l’effetto che ad ogni piccola perdita di equilibrio (indotta il più delle volte da un litigio con il padre o da una discussione con Akane, che lo spinge con un calcio o con un pugno…) cade nel fiumiciattolo e diventa donna! Ecco uno scorcio di un quartiere di Nerima con relativo canale, confrontato con la versione dell'autrice:Clicca per ingrandire

LA CINA


Lasciamo ora il Giappone e proiettiamoci virtualmente in Cina. Escludendo flashbacks vari, l'autrice si concentra su un solo luogo di questa nazione, ovvero nella zona dove alcuni fra i co-protagonisti hanno contratto ognungo il proprio imbarazzante sortilegio: le sorgenti (in cinese "Nichuan") di Jusenkyo.

Le sorgenti maledette.
Jusenkyo è un'ubicazione immaginaria che la Takahashi colloca in Cina e che indica in cinese come "Zhou Chuan Xiang". Nel primo volumetto, e più precisamente nel capitolo italiano ‘Il Segreto di Ranma’, la mangaka gli attribuisce una dettagliata posizione geografica:  “monte Chuanjing, della catena montuosa Bayankala, in provincia di Chinhai, Cina". Tale luogo non è del tutto frutto della fantasia, in quanto le montagne di Bayankala esistono anche nella realtà: esse caratterizzano la provincia di Qinghai (Cina) e sono attraversate a nord dal Fiume Giallo ed a sud dal Fiume Yangtze.
Le sorgenti immaginare di Junsekyo vengono presentate, sia nell'anime che nel fumetto, come “il mitico campo di addestramento” e sono costituite da più di un centinaio di specchi di acqua, dai quali sbucano una miriade di canne di bambù. E sono proprio queste canne di bambù ad essere reputate da Genma, padre di Ranma, un ottimo punto di equilibrio per il figlio durante l'allenamento per divenire un buon maestro di arti marziali. Ecco un confronto fra come tale paesaggio si presenta nella realtà e di come venga rappresentato Jusenkyo dall'autrice in entrambe le versioni:Clicca per ingrandire 
La storia di Ranma ½ vuole che le fonti suddette celino un terribile segreto: sempre nel primo volumetto, la guida autoctona spiega ai due avventori che molti anni addietro in quelle pozze morirono affogati esseri umani ed animali, lasciandovi la loro anima; da allora in poi, tutti coloro che vi cadranno subiranno un duplice effetto:
1) assunzione del corpo del defunto ogni volta che entreranno in contatto con l’acqua fredda;
2) ritorno temporaneo al proprio aspetto originario a contatto con l’acqua calda[6].
Man mano che la storia si svilupperà e verranno presentati i vari personaggi colpiti da questa maledizione, di conseguenza verranno descritte molte sorgenti con i relativi effetti; le più importanti da citare sono, nell’ordine di apparizione:

  • Xiong Mao Nichuan: 2000 anni prima vi annegò un Panda e ne subisce l’effetto Genma Saotome;



  • Niang Nichuan: 1500 anni prima vi annegò una “candida fanciulla” e ne subisce l’effetto Ranma Saotome;



  • Heito Uen Nichuan: 1200 anni prima vi annegò un maialino nero e ne subisce l’effetto Ryoga Hibiki;



  • Mao Nichuan: 1800 anni prima vi annegò una gattina e ne subisce l’effetto Shan-Pu;



  • Yazhi Nichuan: 1300 anni prima vi annegò un’anatra e ne subisce l’effetto Moose;



  • Niu-He-Man-Mao Ren Nichuan: 2500 anni prima vi annegò “un uomo delle nevi che era su un toro con un’anguilla ed una gru nelle mani” e ne subisce l’effetto Collant Taro (in originale Pansuto-Tarō , nome datogli da Happosai, il quale assistette alla sua nascita e lo ripulì dalla placenta immergendolo proprio in questa sorgente!). Sul suo corpo maledetto, Taro si ritroverà anche dei tentacoli e la facoltà di spruzzare inchiostro, in seguito al bagno nella Chanyui Nichuan dove 1600 anni prima annegò una gigantesca piovra!


Di seguito, i personaggi suddetti in entrambe le versioni:


(Clicca sulle immagini per ingrandire)






[1]Nella trasposizione su video si possono contare 161 puntate italiane (cui vanno aggiunti 9 oav), mentre la storia su carta consta di 38 tankobon (‘volumetti’, in gergo) giapponesi, raccolti in Italia in tre edizioni differenti (di cui una incompleta, a causa del fallimenti della Granata Press); in questo articolo, farò riferimento alla seconda edizione, costituita da 53 volumetti stampati per conto della Star Comics e pubblicati sulla testata Neverland a partire dal giugno 1996.
[2]Vedere volumetto n.1, puntata n.1.
[3]In realtà si è trattato di un equivoco causato da Nabiki, sorella di Akane (vedere volumetto n.24, puntata n.110). Nel manga, Ranma si dichiarerà ad Akane nel n.45 ma a causa di un precedente litigio la ragazza non gli crederà.
[4]Nell'anime si vede Nodoka nelle puntate n. 160/161; nel fumetto Ranma la vede, per la prima volta dopo più di 10 anni, nel n. 30 ma si presenterà a lei solo nel n. 50.
[5]In Giappone gli studenti sono soliti consacrare ai templi shintoisti le Ema, tavolette votive per invocare le divinità al fine di superare l'esame di ammissione all'università.
[6] L'utilizzo dell'acqua calda ha una spiegazione logica, in quanto nella tradizione del Medio Oriente essa è vista come strumento di purificazione.

4 aprile 2007

Hentai - Seconda parte

Erotikappa by DeeproadChe i giapponesi fossero un popolo fondamentalmente perverso era un pensiero che custodivo fin dalla mia prima infanzia. D'altronde non avrei mai potuto spiegare altrimenti la netta percezione di determinate sensazioni legate all'universo dell'animazione nipponica. Se c'è una cosa che i cartoni animati del Sol Levante mi hanno sempre insegnato fin dalla tenera età di quattro anni è che la vita non è fatta solo di tazzine parlanti e animali canterini. Si ok, ci sono anche quelli (o almeno ci sono quando si prova a fumare la piantina che ogni nonna inconsapevolmente coltiva con insana devozione sul davanzale della propria finestra), ma ciò che l'animazione giapponese è sempre stata capace di mettere in evidenza sono quelle che io amo definire le cosiddette zone d'ombra, ossia tutte quelle emozioni che in tenera età percepisci a livello prettamente istintivo, ma che in virtù della tua breve esperienza di vita non sei in grado di elaborare in maniera così nitida. Intuisci allora che al di là della fantasia esiste un intero universo fatto di traumi, ingiustizie, sacrifici e continue sofferenze, ma che vale comunque la pena di assaporare nella spasmodica attesa di quei rari momenti di felicità interiore che, per quanto sporadici, valgono pur sempre una vita intera. In fondo ho sempre pensato che i cartoni animati della mia infanzia mirassero a questo tipo di insegnamento e che nel loro essere apparentemente diseducativi trasmettessero invece una consapevolezza forte e concreta della realtà che ci apprestavamo a vivere. E in fine credo sia proprio questa l'essenza della perversione nipponica così come noi siamo portati a percepirla: l'effetto di un attrito culturale che contrasta fortemente con un modello educativo occidentale tendenzialmente improntato alla più totale cecità nei confronti di tutto ciò che non rende giustizia ai valori imposti dal benessere esteriore e superficiale al quale siamo ormai irrimediabilmente assuefatti. Questa lunga e apparentemente inutile premessa, che forse sarebbe stata più adatta al solito discorso legato alle ripercussioni dei cartoni animati sulle menti fragili e potenzialmente condizionabili dei nostri beneamati pargoli, pone invece le fondamenta necessarie per accostarsi a un certo tipo di mentalità orientale privandosi almeno in parte dei soliti ritriti pregiudizi del caso.

Lyceenne by DeeproadLa cultura giapponese, pur con tutti i suoi contrasti e i suoi talvolta eccessivi formalismi, gode paradossalmente di una vena artistica profondamente libera (ma forse sarebbe il caso di dire "liberatoria") e spontanea, che tende a spogliarsi completamente di tutti i limiti concreti imposti dal peso di una società fortemente inquadrata. Ed è prioprio in quest'ottica che si collocano alcuni dei sottogeneri più estremi dell'erotismo nipponico, come il lolicon o il cosiddetto shotakon (lolicon al maschile, tanto per intenderci). Per una mentalità come la nostra risulta particolarmente difficile riuscire ad accettare una forma d'arte che tra le tante perversioni umane concepisca tranquillamente l'attrazione sessuale di un adulto verso una fascia d'età compresa tra gli otto e i tredici anni, tant'è vero che nel 2005 si discuteva in Italia di una legge che vietasse la pubblicazione di manga e anime rappresentanti scene di sesso con minori. Per quanto probabilmente inutile, vorrei comunque tentare di tracciare una sorta di separazione tra il genere lolicon e il concetto di pedofilia comunemente inteso. Il rapporto fisico tra l'uomo e la bambina nei manga di genere (nei più diffusi almeno) si riveste spesso e volentieri di connotazioni psicologiche adulte che di fatto non sussistono sul piano della realtà. La bambina sa essere sensuale e provocante, sa regalare all'uomo quelle sensazioni tenere e affettive che il suo universo gli nega costantemente; sa assecondare le sue fantasie, le subisce e ne gode nell'ambito di un rapporto che può definirsi quasi paritario. E' chiaro che tutto questo può vivere solo ed esclusivamente a livello di rappresentazione, dato che non troverà mai alcun riscontro sul piano reale. Che poi a ben vedere è lo stesso principio che regola i normali manga per adulti, dove anche la violenza o l'abuso costituiscono nient'altro che il gioco delle parti, in cui la donna di fronte a qualsiasi tipo di prevaricazione imposta dall'uomo non è mai comunque in grado di frenare le proprie esternazioni sessuali. E' in sostanza un banale concretizzarsi delle più comuni fantasie maschili, nient'altro. Per capire questo occorre comunque tener sempre presente che il manga erotico vive di una dimensione tutta sua, spesso e volentieri lontana anni luce dal comune perbenismo di cui si nutre la realtà quotidiana, tanto quella occidentale quanto quella orientale.

Lolicon   Lolicon   Tentacle rape


Ciò che davvero sorprende in verità è il fatto che a questa decisa apertura mentale in ambito contenutistico faccia invece da contrappeso una drastica censura a livello prettamente rappresentativo: nelle loro storie, infatti, gli autori giapponesi sono costretti per legge a nascondere gli organi genitali dei protagonisti maschili e femminili. Tuttavia se questo da un lato sembra costituire un limite a tutti gli effetti, dall'altro ha sempre consentito lo sviluppo di metodologie di censura particolari e stimolanti al tempo stesso, come posizioni o inquadrature che richiamano situazioni sessuali decisamente insolite. Dalla continua ricerca di espedienti finalizzati ad aggirare la severa censura nipponica si è giunti talvolta alla nascita di veri e propri generi. Nel 1986 infatti il già citato Toshio Maeda con il suo Urotsukidoji fu il precursore di quello che negli anni successivi divenne un vero e proprio classico, a metà strada tra erotismo e horror: si tratta del cosiddetto Tentacle rape (letteralmente "abuso tentacolare"), dove la violenza ai danni della sventurata di turno viene perpetrata ad opera di orrende e mostruose creature dotate appunto di viscidi tentacoli. Tale espediente venne utilizzato per la prima volta nell'Hentai in virtù del fatto che la penetrazione tentacolare non fosse affatto contemplata dalle leggi giapponesi. Altro grande autore che per gli stessi motivi è arrivato a fare dell'insolito e del perverso un vero e proprio marchio di fabbrica è l'intramontabile U-Jin, illustratore verso il quale nutro una spiccata venerazione. E non solo perché trovo particolarmente eccitanti le sue pin up, caratterizzate da visi angelici, forme purissime e sinuose, occhi luminosi ed espressivi, ma anche e soprattutto perché dietro quella facciata attraente e colorata si cela invece una realtà sporca, fatta di piccole violenze quotidiane e perversioni ai limiti del grottesco, consumate preferibilmente nell'ambito di contesti del tutto insospettabili. Col suo continuo dipingere le inenarrabili fantasie sessuali che fanno dell'uomo medio un potenziale erotomane represso, considero U-Jin come la massima espressione dell'Hentai in senso stretto, termine che in Giappone non è affatto comprensivo di tutta l'arte erotica espressa sottoforma di fumetto, come spesso si crede, ma che richiama invece un grado di erotismo perverso e anomalo, spesso e volentieri in netto contrasto con quelli che sono i valori culturali comunemente diffusi.

Countdown by DeeproadComunque la si voglia mettere quello che scaturisce dai manga per adulti è un erotismo complessivamente schietto, capace di mettere in luce tutte le zone d'ombra della fantasia umana. E' un erotismo che regala una vasta gamma di sensazioni, eccitanti e conturbanti al tempo stesso, ma che quasi mai arriva a lasciare totalmente indifferenti. E tra l'altro la sessualità in tutte le sue forme costituisce una componente tanto invadente nella cultura orientale da espandersi anche oltre i confini entro i quali solitamente si tende a relegarla. Numerosi autori d'altri generi intingono continuamente le loro opere in un erotismo nemmeno troppo velato. D'altronde la carriera di molti disegnatori del Sol Levante comincia proprio dalla pubblicazione di manga per adulti, la cui influenza spesso e volentieri si avverte chiaramente anche attraverso la lettura di opere successive. Casi emblematici sono quelli di Hiroyuki Utatane (formidabile disegnatore, celebre in Italia sia per Countdown: Sex Bombs che per il meraviglioso Seraphic Feather) o del pluriosannato Masakazu Katsura (Video girl Ai, DNA2, I's), che ancora oggi dedicano ampio spazio all'elemento erotico nell'ambito delle loro pubblicazioni. Spero sinceramente che prima o poi anche in Italia si riescano ad abbattere definitivamente certi pregiudizi legati a una mentalità tanto differente dalla nostra, che nel bene e nel male vive di emozioni vere e che regala all'arte quel qualcosa in più, quel minimo di introspezione psicologica di cui le nostre produzioni per adulti, nel loro eterno perpetuare sempre le stesse situazioni, troppo spesso sono carenti.

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Scritto da Deeproad